Di nuovo Settembre, di nuovo Cabudanni. Ma un anno dopo. Un anno dopo nuove chiusure, aspettative, paure e ipotesi di rilancio in cui tanto si è parlato delle opportunità di una giusta ripresa turistica. Si è discusso di rilancio dei piccoli centri, dell’importanza di potenziare la rete dei servizi, di come la Sardegna potesse inserirsi nel tema del southworking. 

Tema, questo, che è rimasto per lo più una moda social, pronta a trasformarsi in un fuoco di paglia al ritmo di algoritmi e tendenze anche, però, a causa nostra. Terminato il momento di totale emergenza, quello in cui la corsa verso località dal clima mite, stile di vita slow e tranquillità a un costo della vita inferiore ma senza rinunciare alla potenza di una connessione internet, è terminata anche la necessità (e volontà) di promuovere le nostre realtà come i luoghi ideali dove lavorare a distanza. 

E da lì, ci siamo nuovamente adagiati sui canonici tre mesi estivi. Tre mesi che conferiscono il pretesto per attribuire alla Sardegna l'etichetta di destinazione turistica. 

Ma ne siamo sicuri? Quanto questa percezione è onfalocentrica e quanto, invece corrisponde a realtà? 

E qui, per avviare una riflessione, nello spirito di FocuSardegna, riporto alcune esperienze, vissute questa estate. 

Per poter visitare una delle realtà più importanti della nostra isola che richiedeva la prenotazione (per via delle restrizioni sanitarie), ho fatto 12 telefonate (tutte senza risposta) inviato tre mail e, alla fine, mi ci sono recata di persona sentendomi dire: prego, c’è posto tra trenta minuti, non serve prenotare! 

Il punto non è l'essere comunque riuscita a vederla. E' il come. 

Per avere un’informazione in merito all’accessibilità di un sito (da visitare con un bimbo piccolo) ne ho fatte tre per ottenere poi un: “Eh, dipende da lei”. 

Per poter visitare una nuova attrazione ho inviato un messaggio su whatsapp. La risposta è arrivata subito ed è stata, però, un muro invalicabile. 

“Siamo chiusi durante la settimana, apriamo solo per gruppi di minimo cinque persone. 

“Siamo in 5, ho risposto, c’è qualche possibilità?"

Nessuna risposta. Non mi aspettavo un sì. Sarebbe bastato un messaggio di ringraziamento, un saluto, un invito a tornare. 

E invece no. 

Come sempre, noi, diamo per scontato. 

Diamo per scontato quanto sia importante la comunicazione nel turismo, la scelta delle parole, l'immediatezza e la reperibilità delle informazioni, quanto conti anche il prima, non solo il durante nell'esperienza dei visitatori. 

Diamo per scontato che il turista venga per le belle spiagge, la natura, la storia. 

Diamo per scontato che un turista sappia già tutto: dove andare, come andare, come comportarsi e chi chiamare. 

Che si sappia destreggiare tra numeri non più attivi, pagine social non aggiornate, informazioni sibilline, siti fantasma. 

Diamo per scontato che siccome il mare è bello, la natura è bella, la Sardegna è bella tutto il resto possa passare in secondo piano. 

E no, non ditemi che la Sardegna è bella per questo. 

Non tiratemi fuori la solfa del: qui è bello trovare la bellezza in maniera inaspettata, senza tante organizzazioni e pianificazioni. 

Perché questo non è ragionare in un'ottica di strategia turistica e territoriale.

Perchè tolti i turisti con una importante disponibilità a pagare, il turista medio, quello che prenota le vacanze a gennaio per risparmiare qualcosa sul prezzo della nave o dell’aereo spera che in quei giorni di vacanza le esperienze da vivere siano davvero accessibili e prenotabili senza dover dedicare le giornate alla ricerca dei riferimenti. 

Perché poi, a ripetersi, è lo stesso discorso che ci sentiamo e che ci piace ribadire ogni anno: “Eeeh, chi viene in Sardegna si limita alle spiagge”. 

Smettiamola di lavarci via una colpa che è tutta nostra, attribuendola al turista distratto e ingrato verso la bellezza dei nostri luoghi. 

E se noi, per primi (non solo chi si occupa di turismo) imparassimo a guardare, organizzare e conoscere la nostra isola con gli occhi di chi arriva invece che con gli occhi di chi c’è? 

Se ci fermassimo ad osservare quei dettagli che all’arrivo in una località parlano di noi, di quello che siamo, di quello che possiamo offrire? 

E se provassimo, insieme, a creare un modello di ospitalità sardo che parte dal guardarsi da dentro per offrire il meglio a chi ci viene a scoprire da fuori? 

Facile a dirsi e ad applicarsi? 

Gli esempi virtuosi, ci sono. 

Pochi, ma ci sono.

E li riconosci subito.

Li riconosci perché ascoltano (davvero) le parole, i riscontri e le suggestioni i dei clienti, accettando anche le critiche.

Li riconosci perché non sbuffano davanti a una richiesta. Li riconosci perché prestano attenzione a ogni dettaglio. E li riconosci perché nelle realtà che curano, tutto parla di Sardegna, non in senso folcloristico ma in senso autentico, rimarcando ospitalità, arte e cultura e comunicando l’intero territorio e le sue potenzialità a chi arriva integrando le informazioni mancanti e sopratutto, facendo costantemente quell’auto critica che spinge a guardarsi, sempre, con occhi nuovi. 

Una Sardegna davvero turistica, davvero attrattiva 365 giorni l’anno può esistere.

Ma deve ripartire da qui, da occhi e menti nuove. 

 


 

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Autore dell'articolo
Mariella Cortes
Author: Mariella Cortes
Curiosa per natura, alla perenne ricerca di luoghi da scoprire, persone da raccontare e storie da ritrovare. Giornalista dal 2004 per carta, televisione, radio e web, lavoro a Milano come formatrice per aziende e professionisti e come consulente di marketing e comunicazione. FocuSardegna è il filo rosso che mi lega alle mie radici, alla mia terra che, anche nei suoi silenzi, ha sempre qualcosa da dire. Mi trovi anche su: www.mariellacortes.com
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