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Salvatore Cambosu in Miele Amaro, il suo capolavoro, - che possiamo, considerare un’antologia, un catalogo generale dell’identità sarda, della sua storia e della sua civiltà - ora come etnologo e antropologo, ora come demologo e storico, ma soprattutto come narratore e poeta, racconta dall’interno, dal sottosuolo, facendosi portavoce del popolo, una sardità non mitizzante ma ancorata alla realtà. E con essa descrive riti e tradizioni.
Fra i tanti temi a lui molto cari e tra i più frequentati vi è il Natale. Ecco cosa scrive in proposito nel capitolo Poesie Natalizie liete e tristi: «Certo, ci vuole proprio un villaggio perché un bambino come Gesù possa nascere ogni anno per la prima volta. In città non c'è una stalla vera con l'asino vero e il bue; non si ode belato, e neppure il grido atroce del porco sacrificato, scannato per la ricorrenza. In città è persino tempo perso andar cercando una cucina nel cui cuore nero sbocci il fiore rosso della fiamma del ceppo. E infine, con tante luci che vi oscurano le stelle, è troppo pretendere attecchisca la speranza che, alla punta di mezzanotte, i cieli si spalancheranno e dallo squarcio s'affaccerà una grotta azzurra...».
Fino all'avvento dell'Islam nessuna trasformazione fu più profonda della conversione di Costantino al cristianesimo e della successiva cristianizzazione dell'impero romano. Il pantheon romano così flessibile si accorse che non c'era spazio in esso per il nuovo Dio cristiano così preponderante, ed anche il Nuovo Testamento che aveva sempre diviso Cesare e Dio dovette fare adesso i conti con un Cesare scelto da Dio.
La distinzione tra religione e politica, così cara ad ebrei e cristiani, non era propria dei pagani: per loro vita civile e vita religiosa erano un tutt'uno, e le massime cariche civili e militari erano al tempo stesso anche cariche religiose. Era loro incomprensibile associare uno stato multiculturale al politeismo a differenza dei cristiani che valorizzarono presto il nesso tutto teorico tra la loro religione monoteista ed il nuovo stato.
Boes, Merdules e Ilonazana. I volti del carnevale tradizionale ottanese hanno in comune tra loro gli inconfondibili tratti artistici di un artigiano locale. Franco Maritato, trentasei anni e una spiccata abilità nella lavorazione del legno, ha saputo coniugare la sua passione per la Sardegna con quella per l’artigianato artistico trasformando in professione l’attività che inizialmente praticava solo come hobby.È cosi, dunque, che all’età di 28 anni e contro il parere di amici e parenti, decide di lasciare il lavoro di operaio presso una delle tante fabbriche presenti nella piana di Ottana per aprire un laboratorio artigianale dall’inconsueta produzione: le Caratzas, ovvero le maschere del carnevale tradizionale ottanese. Una scelta indubbiamente azzardata ma che con il tempo si sarebbe rivelata azzeccata.